Quei nove disperati, ovvero io e i miei compagni di Orthos 1˚

Venerdì, 7 marzo 2008

Piove. Sull’Appennino toscano cade anche la neve. Le gomme della macchina di Vittoria tormentano la stradicciola già disfatta dalla pioggia. Mancano pochi minuti ed eccoci a Noceto. Che emozione! Come in un film rivedo i volti di individui con
età e vissuti diversi ma legati da un unico denominatore: gioco compulsivo.


A monte famiglie distrutte, lacrime, sofferenza, litigi, speranze, illusioni, attese e poi disattese, debiti e chi più ne ha ne metta, che sperano in questo progetto sperimentale creato dal Prof. Riccardo Zerbetto e finanziato dalla Regione Toscana. Famiglie che sperano di ritrovare un po’ di pace e riavere alla fine un marito, un papà, un figlio o un fratello guariti o almeno sulla via della redenzione. A valle, noi bugiardi, egoisti, traditori, ladri, che avevamo distrutto o stavamo distruggendo la vita, immolando qualsiasi cosa sull’altare della Dea Fortuna.


Sono state tre settimane indimenticabili ma estremamente sofferte, poiché si è scavato nel profondo della mia anima, sono stato rivoltato come un calzino e ho visto davanti a me tutte le falsità che mi avevano accompagnato da quando sono entrato nel gioco compulsivo. Ero così abituato a dire bugie che non dicevo la verità su qualsiasi cosa. Ho rivisto i visi dei miei familiari quando a tavola raccontavo una partita di pallacanestro o di calcio che non avevo mai visto. Tacevano ma sapevano la verità, ero andato a giocare anche quel giorno.


Ricordavo le notti, quando prima di addormentarmi, vedevo i numeri della roulette davanti agli occhi e preparavo nuove strategie di gioco. Vedevo quel tavolo verde in quel salone dove il velluto dei copritenda mi nascondeva pioggia o sole, chiaro e scuro. Quella passatoia rossa che calpestavo da trionfatore all’entrata e che evitavo camminando a testa bassa quando  avevo preso la bastonata. Il denaro non aveva valore: era stato trasformato in fiches colorate che io buttavo sul tavolo come un bambino butta i sassi nel lago. Casino chiuso, mi sono diffidato e allora via con la Borsa, mattino, pomeriggio e sere su Sky per vedere l’andamento dei mercati nel mondo. Giocavo con i derivati che avevano oscillazioni vertiginose anche con movimenti di mercati contenuti.


E via con l’adrenalina che doveva riempire la mia giornata. Ogni cosa naturale mi lasciava completamente indifferente: dovevo giocare, rigiocare, vincere o perdere. All’inferno tutti i rapporti, le amicizie. L’unica preoccupazione era vedere se c’erano o no ancora soldi per giocare. “Domani sarà un altro giorno” mi dicevo. Di giorni ne sono passati tanti fino a quando non ho potuto più minimizzare il “bubbone” e ho dovuto dire in casa che i soldi erano finiti e che avevo anche qualche debito da pagare. Il dramma,. Litigate, insulti, silenzi e tutto quello che si può immaginare. Tutto ciò è esploso ad Orthos nella sua crudeltà. Ogni giorno, le esperienze dei miei compagni mi buttavano in faccia queste realtà.


Quando mi sono seduto su quella sedia in mezzo al salone, ho parlato delle promesse fatte a mia figlia e ovviamente non mantenute ed ho pianto. Io che, in vita mia, avevo pianto solo due o tre volte. Bastonare quei sacchi su di una stradina nel bosco e tirare fuori la rabbia verso chi pensavo avermi portato in queste condizioni, è stato un tormento. Ho maledetto tanto ma dovevo solo avere il coraggio di rompere il bastone sulla mia testa.


La gioia di arbitrare una partita di calcetto o osservare Piazza del Palio mi avevano fatto capire che si può vivere anche di cose semplici. Ma… “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” ed io sapevo che il demone del gioco mi può colpire in qualsiasi momento. Una litigata, un pomeriggio vuoto, la voglia dell’emozione forte avrebbe potuto farmi cadere pur sapendo dove mi avrebbe portato una ricaduta. Allora mi assaliva l’ansia e la paura di non farcela. La terapia era molto efficace ma quando pensavo che ero in un ambiente protetto e che avrei dovuto poi affrontare la realtà, tremavo. Forse ancora dispiaceri per i miei famigliari che mi aspettavano fiduciosi. Ho provato una grande commozione  nel vedere alcuni miei compagni in ginocchio davanti ai parenti che erano venuti a trovarli e che giuravano che non avrebbero più giocato.  Avrei fatto anch’io quella promessa, ma l’avrei mantenuta?.


Un anno è passato. Ci sono stati scoglionamenti e voglia di mollare tutto ma con l’aiuto degli operatori, della mia psicologa, del Prof .Zerbetto, sono qui, non gioco più. Giocherei ancora se avessi del denaro?, non lo so. So solo che sono felice d’aver onorato il contratto firmato con Orthos. Devo lavorare ancora molto su me stesso per rafforzare le mie gambe, ma la mia presenza qui sta a testimoniare che il cammino intrapreso continua. Ciò che sto scrivendo mi da molte emozioni e soprattutto la consapevolezza che si possano provare sentimenti anche scrivendo e non solo intorno ad un tavolo verde.


Unico disappunto a questo appuntamento è stato che oltre a me, c’erano solo Fabio e Franco. Tre su nove. Spero che gli altri miei compagni stiano bene e non sentano più la necessità di un sostegno. Se non è così, penso che sarebbe stato un atto di grande coraggio il presenziarvi per chiedere aiuto, Orthos non chiude la porta a nessuno, o almeno per dire un grazie a coloro che hanno impiegato energie, tempo e fatica per tentare di recuperare persone che erano nel guano ma… forse la gratitudine non fa più parte di questo mondo!


Grazie Orthos

Aforismi dell'azzardo

  • Gioco d'azzardo. Passatempo il cui piacere consiste in parte nella coscienza dei propri vantaggi, ma soprattutto nello spettacolo delle perdite altrui.

    Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911

  • Giocare (dico del gioco grosso, il gioco d'azzardo che può portare la fortuna favolosa o l'irrimediabile precipizio), giocare non è divertente, nel senso leggiadro della parola. Anzi è una cosa, con quella tensione senza respiro, profondamente faticosa.

    Massimo Bontempelli, Il Bianco e il Nero, 1987

  • Alle tre del mattino l'odore di un casinò, il fumo e il sudore danno la nausea. A quell'ora, il logorio interiore tipico del gioco d'azzardo – misto di avidità, paura e tensione nervosa – diventa intollerabile. I sensi si risvegliano e si torcono per il disgusto.
    Ian Fleming, Casinò Royale, 1953

  • Non esiste il "gioco d'azzardo sociale". O sei lì per strappare il cuore a un altro e divorarlo... o sei un fesso. Se questa scelta non ti piace... non giocare.

    Robert Anson Heinlein, Lazarus Long l'Immortale, 1973

  • Gioco d’azzardo. È il contrario del gioco, ed è assurdo che abbia lo stesso nome. Mentre il gioco è fondato sulla possibilità di maneggiare le proprie forze, il gioco d’azzardo è basato sul rifiuto di agire: in un caso c’è l’azione, nell’altro la passione.

    Valerio Magrelli

  • Il giocatore d'azzardo quanto più è bravo nel suo mestiere, tanto più è disonesto.
    Publilio Siro, Sentenze, I sec. a.e.c.

Psicoterapia per giocatori compulsivi

Il Progetto Orthos è su "Il Sole24Ore" - In evidenza il carattere sperimentale, innovativo e di eccellenza degli interventi a beneficio dei giocatori d'azzardo problematici, patologici, e delle loro famiglie.


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