Non sono io, ma il mio Mr. Hyde che gioca

di Riccardo Zerbetto

Che i giocatori siano bugiardi è un luogo comune … generalmente confermato dalla evidenza dei fatti. Non cessa di stupire, tuttavia, la estrema sensazione di sincerità delle dichiarazioni della persona-giocatore quando si dimostra dispiaciuta del suo operato e assolutamente intenzionata a correggere il proprio comportamento distruttivo. Tali spassionati pronunciamenti vengono, ahimè, frequentemente contraddetti dai comportamenti reali che spesso sembrano operati da una seconda personalità che assume la guida di comportamenti impulsivi totalmente fuori controllo e contrari ad una logica ispirata a ragionevolezza e senso del limite.

Tale “dissociazione ideoprassica” (come viene definita in ambito psichiatrico l’incongruenza tra idee e comportamento) rimanda alla presenza di due personalità all’interno dello stesso soggetto. In altri termini, ognuno dei “due” dice la “sua” verità che, non raramente, risulta collocarsi agli antipodi. Non si tratta quindi del fatto che un individuo menta, ma del fatto che a fare certe cose non è “quell’individuo” che crediamo di conoscere ma un “altro” che in altri momenti prende il sopravvento. Tale fenomeno viene ricondotto da Freud a comportamenti dettati dall’inconscio, mentre Jung evoca la presenza di una personalità Ombra che fa da contrappunto a quella che generalmente presentiamo alla “luce del sole”.

Nell’estrema “negazione” dell’altro, dell’altro-da-sé (anche all’interno della stessa personalità) si apre la spaccatura (splitting) tra le due parti della personalità che conduce infatti a quella “inconoscibilità” tra le parti del sé così acutamente colta dal racconto del dottor Jekyll e di mister Hyde di Stevenson e che, non casualmente, tanto successo ha avuto. Al di là di strutture di personalità orientate nell’uno o nell’altro senso, è dato osservare spesso una compresenza o alternanza tra le due modalità. A periodi di sobrietà e di rigore anche esasperati possono infatti alternarsi fasi di eccesso e incapacità di rispettare il limite altrettanto estreme.

Interessante la testimonianza di un ingegnere che si confessava in questi termini: “Quello che non riesco a capire è come mai ho due vite. Una dove sono molto impegnato, assolutamente razionale e programmato e invece un’altra vita in cui butto via il denaro, perdo il mio tempo, la mia faccia e la mia stima in luoghi squallidi dai quali però non riesco a staccarmi”. Tale sbilanciamento produce una pendolarità comportamentale e del tono dell’umore che in genere viene interpretata come una incongruenza causata da un tratto “vizioso” della personalità o semmai, a un livello clinico, come disturbo “bipolare” dell’umore.

Da una ricerca dello scrivente su una popolazione di 170 giocatori trattati nel Programma intensivo “Orthos” (pubblicato su: "Le dipendenze patologiche. Clinica e psicopatologia” a cura di Vincenzo Caretti e Daniele la Barbera, Raffaello Cortina Editore 2005) emerge come il risultato dell’applicazione di un test specifico per la “dissociazione” (il DES-II (Dissociative Experiences Scale) evidenzi come il tratto impulsivo sia probabilmente connesso ad inadeguati meccanismi di elaborazione intrapsichica e comunicazione intersoggettiva delle emozioni, nonché di un loro insufficiente utilizzo come guida per il comportamento. Tale dissociazione, che non è ovviamente quella delle forme psichiatriche eclatanti, può essere intesa nel senso di alterazione della coscienza che comporta una disconnessione dal Sé o dalla realtà esterna. I sintomi psichiatrici della dissociazione inoltre presentano diverse sfumature (anche di gravità) che vanno da forme abbastanza comuni di assorbimento immaginativo, presenti anche nei soggetti normali o con diagnosi meno severe, a manifestazioni eclatanti di processi di “compartimentalizzazione” del Sé come quelli che caratterizzano, appunto, i disturbi dissociativi di identità.

In aggiunta, quanto maggiori sono le difficoltà nell’identificare e comunicare le proprie emozioni tanto più elevata compare la sintomatologia dissociativa che spiega la severità del gambling compulsivo.

Aforismi dell'azzardo

  • Gioco d'azzardo. Passatempo il cui piacere consiste in parte nella coscienza dei propri vantaggi, ma soprattutto nello spettacolo delle perdite altrui.

    Ambrose Bierce, Dizionario del diavolo, 1911

  • Giocare (dico del gioco grosso, il gioco d'azzardo che può portare la fortuna favolosa o l'irrimediabile precipizio), giocare non è divertente, nel senso leggiadro della parola. Anzi è una cosa, con quella tensione senza respiro, profondamente faticosa.

    Massimo Bontempelli, Il Bianco e il Nero, 1987

  • Alle tre del mattino l'odore di un casinò, il fumo e il sudore danno la nausea. A quell'ora, il logorio interiore tipico del gioco d'azzardo – misto di avidità, paura e tensione nervosa – diventa intollerabile. I sensi si risvegliano e si torcono per il disgusto.
    Ian Fleming, Casinò Royale, 1953

  • Non esiste il "gioco d'azzardo sociale". O sei lì per strappare il cuore a un altro e divorarlo... o sei un fesso. Se questa scelta non ti piace... non giocare.

    Robert Anson Heinlein, Lazarus Long l'Immortale, 1973

  • Gioco d’azzardo. È il contrario del gioco, ed è assurdo che abbia lo stesso nome. Mentre il gioco è fondato sulla possibilità di maneggiare le proprie forze, il gioco d’azzardo è basato sul rifiuto di agire: in un caso c’è l’azione, nell’altro la passione.

    Valerio Magrelli

  • Il giocatore d'azzardo quanto più è bravo nel suo mestiere, tanto più è disonesto.
    Publilio Siro, Sentenze, I sec. a.e.c.